L’incendio scoppiato a Roma nel 64
d.C. è passato alla storia. E’ altamente probabile che si sia
trattato di un evento casuale: a Roma infatti gli incendi erano molto
frequenti, a causa della strettezza e dell’intasamento dei vicoli,
della concentrazione di legname e altri materiali infiammabili. Fu
un vero e proprio flagello, una catastrofe: durò 10 giorni, dal 19
al 28 luglio. Il fuoco si sviluppò nella zona del Circo Massimo
-quella confinante con Celio e Palatino -nei cui magazzini era
stipata una grande quantità di merci. Botteghe, baracche di legno,
merci infiammabili, in parte addossate al muro del Circo, furono
subito preda delle fiamme. Di lì il fuoco raggiunse il Palatino.
Sospinto da un forte vento aggredì il Foro Romano, il Velabro, il
Foro Boario, trovando facile alimento «nelle vie strette e tortuose
e negli immensi agglomerati di case della vecchia Roma».1 Le case
antiche, infatti, avevano numerose parti di legno e lo stretto
accostarsi delle insulae facilitava la propagazione delle fiamme.
Uno degli autori di riferimento per l’incendio è Tacito. Questo
storico ci informa sulla sua estensione, scrivendo che solo quattro
dei quartieri di Roma
2 erano rimasti intatti. Si salvarono infatti
Porta Capena (I),
Esquilino (V),
Alta Semita (VI) o
Via Lata (VII) e
Trans Tiberim(XIV). Tre Regioni (l’XI,
Circus Maximus, la X,
Palatium, e la III
Isis et Serapis) furono distrutte completamente
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e altre sette danneggiate parzialmente. Fra i monumenti pubblici
subirono grandissimi danni i templi di Giove e Apollo sul Palatino,
quello di Vesta, la Biblioteca Palatina, il teatro di Marcello.
Subirono ingenti danni anche la
Domus Tiberiana e la stessa dimora di
Nerone, la
Domus Transitoria.4 Secondo quanto riportatoci da
Torelli
5 sarebbero stati 200.000 i senza tetto e 10-12.000 le
insulae distrutte: cifre che seppur approssimative danno un’idea
dell’enormità del disastro. La serie di are che fu eretta ai
tempi di Domiziano (81-96) lungo i limiti raggiunti dalle fiamme,
permettono di averne un’idea precisa.
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I danni di questo devastante incendio
riemergono con evidenza dagli scavi. Le ricerche condotte nelle
vicinanze dell’Arco di Costantino hanno riportato in luce i resti
dell’antico santuario delle Curiae Veteres, cancellato dalle
fiamme. Le gradinate calcinate dalle altissime temperature sono
state trovate ancora sepolte dal crollo degli edifici circostanti,
insieme a resti di travi carbonizzate e metalli fusi.7
Nell’immaginario collettivo Nerone
viene spesso ricordato come l’autore dell’incendio: l’accusa
nasce già in antico. Nella sua descrizione Tacito si preoccupa di
riportarci le opinioni che circolavano a quel tempo sulla causa di un
tale disastroso evento. Così scrive nei suoi
Annales: «Seguì un
disastro, non si sa dovuto al caso, oppure alla perfidia di Nerone,
poiché gli storici interpretano la cosa nell’uno e nell’altro
modo…».
8 Lo storico ci informa che allo scoppio dell’incendio
Nerone si trovava ad Anzio e non fece ritorno a Roma se non quando il
fuoco si avvicinava alla sua casa - che sorgeva in continuazione del
Palatino e dei giardini di Mecenate e che «non si poté impedire
al fuoco di avvolgere il palazzo, la casa e tutti i luoghi
circostanti»
9 La casa a cui fa riferimento è la
Domus
Transitoria.10 Per quanto riguarda le accuse all’Imperatore Tacito
riporta la notizia che a Roma correva voce che proprio mentre la
città bruciava, Nerone fosse salito sul palcoscenico del suo palazzo
e avesse cantato la distruzione di Troia.
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Dal film "Quo vadis" (1951) |
E che per stornare le
accuse dalla sua persona non bastarono contributi e pratiche
religiose propiziatorie, ma arrivò a servirsi dei cristiani della
piccola comunità di Roma come capro espiatorio, facendo ricadere su
di essi la colpa dell’incendio.
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Probabilmente il popolo e i
senatori avevano visto una sorta di arroganza nel desiderio di
costruzione della
Domus Aurea, tanto più che Nerone aveva
espropriato il suolo pubblico, privatizzandolo: atteggiamento
completamente opposto a quello tenuto da Augusto e Agrippa nel Campo
Marzio.
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Inoltre le crudeli esecuzioni a cui
erano sottoposti i cristiani suscitarono compassione nell'opinione
pubblica e la collera di quest’ultima diventò quasi
incontrollabile quando si seppe che il focolaio del secondo incendio
era stato localizzato proprio in un giardino di Tigellino.14
Nonostante dunque Nerone avesse accusato la comunità cristiana,
continuò a circolare la voce che fosse stato proprio lui ad
appiccare il fuoco allo scopo di impadronirsi di certi terreni che
gli servivano per la costruzione della sua nuova residenza.
La Domus
infatti andava ad inglobare quartieri popolari, ma anche edifici
pubblici in via di costruzione, come il tempio di Claudio, iniziato
nel 54 su richiesta di Agrippina, del quale vennero riutilizzate la
sostruzioni del temenos per un grande ninfeo che doveva chiudere una
delle prospettive della Domus. Infatti autori che scrivono sotto i
successivi imperatori sembrano dare per certa la colpevolezza
dell’Imperatore. Dure sono le parole di Svetonio, che scrive: «Non
risparmiò né il popolo né le mura della sua patria».15 Tacito ci
lascia intendere la sua posizione affermando che «delle rovine
della patria Nerone si servì per costruirsi un palazzo».16 Anche
Dione Cassio, nella sua Storia di Roma, mostra di credere a tali
accuse. Il suo resoconto dell’incendio inizia proprio riferendo
come da lungo tempo Nerone accarezzasse l’idea di veder perire una
città tra le fiamme durante la sua vita, come Priamo di Troia, che
egli riteneva estremamente felice per aver visto la sua patria e il
suo potere abbattuti contemporaneamente.17 Al contrario, storici e
scrittori come Cluvio Rufo, Flavio Giuseppe, Marziale –autori
fortemente ostili all’Imperatore- ne sostengono l’innocenza.18
Sempre Tacito racconta di come si comportò Nerone di fronte ad una
simile devastazione: per prestare soccorso al popolo rimasto senza
dimora, l’Imperatore aprì il Campo Marzio e i giardini di Agrippa,
fece costruire baracche provvisorie, fece arrivare da Ostia e città
limitrofe beni di prima necessità e abbassò il prezzo del frumento.19
Della sua Storia di Roma, scritta agli
inizi del III secolo d.C. , i libri che trattano del regno di Nerone
ci sono giunti soltanto in un’epitome del monaco bizantino Giovanni
Xiphilinus nell’XI secolo. Il resoconto dell’incendio è trattato
nel libro LXII, 16-18.
Roma aveva subito un altro devastante
incendio, quello del 19 luglio 390 a.C. ad opera dei Galli Senoni di
Brenno. Anche allora si dovette ricostruire la città, ma quella
volta non si adottò alcun piano regolatore, al contrario di quel che
accadde dopo l’incendio del 64 d.C. Nerone infatti capì
immediatamente il vantaggio che poteva trarre da una simile
devastazione, scorgendo la possibilità di rimodellare la città,
come un dinasta ellenistico: durante il suo regno sottopose così la
città ad uno degli sconvolgimenti urbanistici più radicali della
sua storia.
I provvedimenti presi da Nerone erano
di natura essenzialmente pratica, dettati dalla ricerca di una
maggiore sicurezza: «Quello che rimaneva della città, all’infuori
del palazzo, fu riedificato non come era avvenuto dopo l’incendio
dei Galli, senza un piano regolatore, con le case disposte qua e là
a caso, senz’ordine alcuno, ma fu ben misurato il tracciato dei
rioni dove furono fatte larghe strade, fu limitata l’altezza degli
edifici, furono aperti cortili, a cui si aggiunsero portici».
20 Inoltre prescrisse che gli edifici dovessero essere, in alcune loro
parti, privi di travi di legno, bensì costruiti in una pietra
refrattario al fuoco, chiamata pietra di Gabi o di Albano (e a questo
proposito fa stanziare aiuti finanziari).
21 Volle che davanti alle
case e agli isolati ci fossero dei portici sormontati da terrazzi, da
dove si potevano combattere gli incendi.
22 Un altro provvedimento fu
l’istituzione di un servizio di soccorso pubblico in caso
d’incendio.
23 E per prevenirne di nuovi istituì dei sorveglianti
sull’acqua, affinché si prendessero cura che scorresse in grandi
quantità e in più luoghi.
24 Prescrisse inoltre che ciascuno dovesse
tenere quanto potesse servire a spegnere il fuoco. Il sistema degli
acquedotti venne rafforzato: si aggiunse così un ramo nuovo all’
Aqua
Claudia, l’acquedotto che incanalava l’acqua verso il Celio.
Nella
Forma Urbis Romae severiana
25 si conservano poche tracce di
questa organizzazione razionale della città. L’unica
testimonianza archeologica è rappresentata dal tratto orientale
della Via Sacra compreso tra la casa delle Vestali ed il
clivus
Palatinus: grandi isolati quadrangolari (
insulae), di cui restano solo le
fondamenta, si affacciano su entrambi i lati della strada, la cui
larghezza è stata notevolmente ampliata.
26 Tra le altre opere
volute da Nerone ricordiamo: il tempio della
Fortuna Seiani –situato
all’interno della sua nuova residenza –la ricostruzione della
Sacra via e la
Porticus Miliaria, la ricostruzione del Circo Massimo,
il nuovo anfiteatro di legno, la casa delle Vestali, il Campo
neroniano, l’acquedotto Celimontano, il ponte neroniano, la
pavimentazione del Clivio Palatino, il Bagno di Tigellino e il
prolungamento delle condutture dell’acquedotto dell’
Aqua Marcia
sino all’Aventino.
27 «Roma si trasformava in un cantiere nel
quale si lavorava da ogni parte e in ogni forma di attività umana,
come accade in tempi di grande ripresa edilizia. Da ogni parte
dell’impero si richiedevano, merci, tecnici, lavoratori».
28 Agli
occhi di Nerone la ricostruire della città di Roma doveva apparire
come una rinascita, una rifondazione simbolica, segno di una nuova
“età dell’oro”. Il palazzo imperiale, dimora del dio Sole,
rappresentava il punto di partenza e il centro del nuovo sistema
urbano. Tacito, infatti, ci riferisce di una voce secondo cui
«sembrava che Nerone ricercasse la gloria di fondare una città
nuova e di darle il suo nome».
29 Anche se dal punto di vista
strettamente materiale non veniva rinnovata completamente, sul piano
politico ed ideologico Roma doveva diventare una
nova urbs, dove si
ergeva il palazzo del Sole, che la illuminava coi suoi raggi di astro
benefico.
30 E. Cizek riferisce di un affresco del mercato di Pompei,
realizzato poco dopo l’incendio, sembra così rappresentare
l’Imperatore come un principe su uno sfondo di teatro, con in mano
un trofeo, seduto su un cumulo di armi e coronato dalla Vittoria:
«allusione, senza dubbio –secondo lo storico - all’identificazione
di Nerone con Romolo».
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Il Grande Incendio e la Nuova Roma di Nerone, su PeriodicoDaily
Note:
2. Le regiones amministrative in cui Augusto aveva suddiviso la città.
3. CIZEK 1986, p. 277
4.Ibidem
5. TORELLI 2007, p.215
6. PAOLUCCI 2011, p. 23
7. PAOLUCCI 2011, p. 27. Scrive inoltre che recenti indagini hanno confermato che l’immenso lago artificiale voluto da Nerone per la domus Aurea non fu scavato, ma creato mantenendo per il fondo la quota originaria e innalzando progressivamente i bordi con le macerie dei quartieri circostanti.
8. TAC., XV, 38
9. Ivi, 39
10. J. Malitz ritiene sia possibile che gli storici abbiano deliberatamente esagerato il suo ritardo e che, a dire il vero, al suo arrivo prestò energicamente aiuto alle persone minacciate dalle fiamme e a coloro che avevano già perso la casa (MALITZ 2003, p. 73)
11. TAC., XV, 39
12. Ivi, 44
13. TORELLI 2007, p. 216
14. MALITZ 2003, p. 73
15. SUET., VI, 38
16. TAC., XV, 42
17. DIO. Della sua Storia di Roma, scritta agli inizi del III secolo d.C. , i libri che trattano del regno di Nerone ci sono giunti soltanto in un’epitome del monaco bizantino Giovanni Xiphilinus nell’XI secolo. Il resoconto dell’incendio è trattato nel libro LXII, 16-18.
18. CIZEK 1986, p. 77
19. TAC., XV, 39
20. TAC., XV, 43
21. Ibidem
22. SUET., VI, 16
23. Già Augusto aveva organizzato un regolare servizio di pompieri (vigiles), ma questo provvedimento non fu mai realmente sufficiente per fronteggiare gli incendi più gravi.
24. Poiché accadeva che venisse deviata per abuso di privati.
25. Pianta della città di Roma su lastre di marmo, realizzata tra il 203 e il 211 e collocata nel Templum Pacis.
26. TORELLI 2007, p. 217
27. LEVI 1995, p. 218
28. Ibidem
29. TAC., XV, 40
30. CIZEK 1986, p. 281
31. Ibidem
Bibliografia:
PUBLIO CORNELIO TACITO, Annales
E. CIZEK, La Roma di Nerone, Milano, 1986
P. GROS - M. TORELLI, Storia dell’urbanistica - il mondo romano, Bari, 2007
F. PAOLUCCI, Un artista al potere – i mille volti di Nerone in Archeologia Viva (Settembre/Ottobre 2011), pp. 16 – 27
J. MALITZ, Nerone, Bologna 2003
CASSIO DIONE, Storia di Roma
GAIO SVETONIO TRANQUILLO, De vita duodecim Caesarum
M. A. LEVI, Nerone e i suoi tempi, Milano, 1995