In questo giorno la Chiesa ricorda l'Inventio Crucis, il ritrovamento della croce di Cristo da parte di Elena, madre di Costantino.
martedì 3 maggio 2022
Inventio Crucis
giovedì 21 aprile 2022
21 aprile 753 a.C.
Per quale motivo la fondazione di Roma si celebra in questa data?
21 Aprile 2.772 ab Urbe condita (dalla fondazione dell’Urbe per eccellenza, Roma), così avrebbero detto gli antichi Romani di questo giorno, per noi il 753 a.C.
Sebbene per gli storici moderni a proposito della nascita di Roma si debba parlare piuttosto di “formazione” , il 21 aprile del 753 a.C. continua tradizionalmente ad essere considerata la data della fondazione della Città Eterna.
Si deve infatti immaginare per Roma una nascita dalla fusione di villaggi collinari posti presso un guado di un fiume navigabile, favorito dalla presenza di un’isola, sulla direttrice che collegava Etruria e Campania e, anche sulla pista del commercio del sale che dalla foce non lontana del Tevere conduceva verso l’interno della penisola.
Dunque, perché proprio il 21 Aprile 753 a.C.?
Nell’antichità vi erano numerose tradizioni e opinioni sull’anno di fondazione della Città.
E’ con Marco Terenzio Varrone (116 a.C. -27 a.C.) che si impone la datazione del 753 a.C.
Lo studioso calcolò questa data avendo a disposizione moltissime informazioni cronologiche dagli atti pubblici, dagli elenchi ufficiali delle magistrature, dalla cronologia greca (che si basava sulle Olimpiadi) e, probabilmente, ricorrendo ad aventi astronomici come le eclissi per il periodo anteriore all’invasione gallica del 390 a.C., tempo in cui non si avevano dati altrettanto precisi.
La tradizione riporta infatti diverse eclissi associate a Romolo.
La storia ci ha tramandato di un astrologo, Taruzio di Fermo, amico di Cicerone e dello stesso Varrone, il quale si era cimentato nell’impresa di definire la data esatta della nascita di Romolo (e Remo). Leggiamo in Plutarco (50 d.C. -post 120 d.C.), nella sua Vita di Romolo, che l’astrologo riteneva che così come dalla posizione degli astri al momento della nascita fosse possibile predire il destino di un uomo, così conoscendone la vita si potesse calcolarne la data e l’ora di nascita. Avrebbe così stabilito che Romolo era stato concepito nel primo anno della seconda Olimpiade al 23 del mese che gli Egiziani chiamano Choiac, all’ora terza, quando si eclissò completamente il sole e nacque nel ventunesimo mese Thoth, all’alba; e fondò Roma al 9 del mese di Pharmuthi, fra la seconda e la terza ora del giorno (con la luna in Bilancia, riferisce Cicerone).
Non è chiaro se Taruzio abbia derivato l’oroscopo di Roma per via astrologica o se – come ritiene Cicerone – una volta nota la data di fondazione (partendo quindi proprio dall’anno stabilito dall’amico Varrone) abbia cercato i dati astrologici che meglio si conciliavano con la tradizione.
Il mese egizio di Pharmuti, di cui parla Plutarco, cadeva infatti in aprile nel I secolo a.C. (nel principale calendario egizio, detto vago, il capodanno si anticipava di un giorno ogni quattro anni e di un mese ogni 120 anni).
Proprio il 21 di questo mese si celebrava a Roma un’antichissima festa chiamata Parilia (o Palilia) in onore di Pale, divinità della pastorizia, durante le cui celebrazioni venivano purificati uomini e greggi.
Cicerone scrive appunto che l’astrologo avrebbe fatto risalire la data della fondazione di Roma proprio all’antichissima festa di Pale, ritenendo che Romolo avesse scelto di fondare la città nel giorno in cui aveva luogo questa antica festa.
Con l’imperatore Claudio, nel 47 d.C. viene inserito nel calendario il giorno Natalis Urbis, per commemorare la nascita di Roma al 21 aprile.
E la si celebra ancora oggi.
articolo originale: https://www.periodicodaily.com/21-aprile-753-a-c-natale-di-roma/
lunedì 11 aprile 2022
11 Aprile 1472, Foligno: editio princeps della Divina Commedia
E’ l’11 aprile del 1472 quando vede la luce l’editio princeps – è così chiamata la prima edizione a stampa di un’opera – della Divina Commedia dantesca.
In realtà l’aggettivo “divina” -comparso per la prima volta con Boccaccio, che lo utilizzò per sottolineare l’eccellenza del poema – entrerà a far parte del titolo solo successivamente, con l’edizione curata da Ludovico Dolce, stampata a Venezia nel 1555 da Giovanni Gabriele Giolito de’ Ferrari.
Dante aveva infatti denominato il suo poema solo con “commedia”, come leggiamo nella sua Epistola a Cangrande: “Incipit Comedia Dantis Aligherii, Florentini natione non moribus”, ossia “Inizia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino per nascita, ma non per costumi”.
La denominazione di “commedia” è giustificata dall’adozione di due elementi che, secondo le teorie retoriche medievali, erano costitutivi appunto del genere “comico”, ossia uno stile umile e dismesso – Dante utilizza infatti la lingua volgare – e un triste inizio seguito da un lieto fine. Il poema, che racconta un viaggio nei tre regni ultraterreni, si apre infatti in una selva oscura – rappresentazione del peccato – in cui il Poeta si è perduto, per chiudersi sulla somma luce divina.
Numeister era allievo del più noto Johann Gutenberg ed era giunto a Foligno da Magonza come copista di manoscritti, dopo il sacco del 1462 che aveva costretto ad una diaspora i primi tipografi tedeschi alla ricerca di mecenati di questa nuova arte.
Come modello per il testo viene preso un manoscritto trecentesco, il cosidetto Lolliano 35, conservato nella biblioteca del seminario di Belluno, appartenente ai cosiddetti “Danti del Cento”, un gruppo di codici della Divina Commedia ascrivibili all’officina scrittoria di Francesco di ser Nardo di Barberino, di cui un’antica tradizione narra che grazie a queste copie si sarebbe procurato il denaro per far sposare le figlie (“con cento Danti ch’egli scrisse, maritò non so quante figliole“).
In questa prima stampa troviamo ancora, retaggio della tradizione manoscritta, gli spazi bianchi a inizio di ogni cantica e canto per permettere al rubricatore di disegnare le iniziali.
Nell’edizione folignana vi sono varie ripetizioni e lacune – il Lolliano 35 manca di alcune terzine del Paradiso – e la lingua è ricca di dialettismi di natura umbra.
Attualmente uno dei pochi esemplari completi che si conservano di questa prima edizione a stampa è conservata presso la Biblioteca Angelica di Roma.
Altre edizioni
Un’altra innovazione nell’editoria dantesca è la prima edizione portatiles (“tascabile”) del poema che, superando i limiti imposti dal grande formato, poteva essere consultata ovunque e in qualsiasi momento; fu stampata a Venezia nell’agosto del 1502 da Aldo Manunzio con testo curato da Pietro Bembo. Tale edizione, detta aldina, si basava sull’esemplare della Commedia del Boccaccio.
Questi infatti ci ha tramandato una serie di scritti danteschi che, senza la sua preziosa trascrizione, risulterebbero perduti.
Nonostante la sua ricostruzione critica di tali scritti non fosse proprio impeccabile – Boccaccio operò infatti diverse correzioni dei testi sulla base di codici diversi e del proprio gusto – tale tradizione utilizzata dal Bembo si impose come testo di riferimento per tutte le altre stampe cinquecentesche rispetto alla tradizione dei “Danti del Cento”.
Nel Seicento la Commedia Dantesca non ebbe molto successo, ma un nuovo apprezzamento lo si avrà dal secolo successivo per toccare l’apice nell’Ottocento, con una nuova edizione curata dall’Accademia della Crusca.
Numerose sono anche le traduzioni del poema dantesco: in francese, tedesco, inglese, gaelico, cinese e persino esperanto.
Composta, secondo i critici, tra il 1306 e il 1321, oggi la Divina Commedia è un testo presente in qualsiasi percorso di studi e diffuso in tutto il mondo.
Articolo originale: www.periodicodaily.com/11-aprile-1472-foligno-editio-princeps-della-divina-commedia
sabato 26 febbraio 2022
La prima basilica cristiana
Propriamente detta del SS.Salvatore e dei Ss.Giovanni Battista ed Evangelista, è la cattedrale di Roma. Stiamo parlando della chiesa di San Giovanni in Laterano.
"E' del tutto probabile(..)che una vera architettura basilicale cristiana sia nata soltanto con Costantino, pur se non si può escludere che qualche edificio precostantiniano possa aver fornito eventuali spunti per lo sviluppo della planimetria e dell'alzato della prima grande basilica del mondo cristiano"4
Il luogo di questo culto doveva infatti contenere un numero enorme di persone e in esso doveva svolgersi una cerimonia che aveva il suo fulcro non al centro, bensì nel polo terminale di una struttura longitudinale. Una tale aula rettangolare absidata ricorda le grandi aree tricilinari in voga in quell'epoca: in effetti essendo proprio un sacro convito che andava celebrandosi nel culto cristiano, ciò avrà suscitato nell'architetto proprio l'immagine delle aule tricilinari.
Il tipo di copertura, con tetto a spiovente, doveva essere inevitabile per un edificio di tal forma: la larghezza massima di una navata non poteva superare di molto i 25 m circa, in coerenza con le massime lunghezze ottenibili per le travi trasversali maggiori anche da alberi di altissimo fusto. Le navate poi dovevano essere in numero dispari, poiché la navata centrale, che era la più larga, doveva emergere rispetto alle altre per dare luce alla zona più importante dell'edificio. Inoltre poiché i fedeli dovevano aver modo di guardare verso il polo presbiteriale, i muri di partizione longitudinale, dovevano essere "permeabili" nella parte bassa e quindi poggiare necessariamente su sostegni più sottili possibili: le colonne dunque erano certo preferibili ai più massicci pilastri tipici delle basiliche civili del mondo romano, che non avevano la necessità di un permeabilità visiva in direzione obliqua. Qui però le colonne con architrave furono poste solo nella navata centrale, dove i muri più alti e quindi più pesanti consigliavano quel tipo di sostegni: nelle navatelle laterali si volle invece tentare un'innovazione che presentava dei vantaggi in quel senso: si preferirono partizioni a colonne sormontate da arcate in laterizio, che potevano anche permettere una maggiore distanza tra le colonne e quindi una maggiore "trasparenza".
![]() |
| Assonometria ricostruttiva della fase costantiniana, da BRANDENBURG 2004 (in Lezioni di Archeolgia Cristiana) |
Francesco Borromini si preoccupò di rilevare, prima della deprecabile distruzione, l'aspetto e la proporzione di un tratto di colonnato originario nella sua proporzione reale, che si arricchiva anche di una sorta di pulvini.
Quella della basilica Lateranense risulterebbe dunque essere una soluzione decisamente nuova anche perché, associata con la struttura laterizia, permetteva una maggiore elevazione dei muri sovrastanti e corrispondeva ad un'indiscutibile eleganza della struttura architettonica.
Un altro aspetto piuttosto innovativo della realizzazione lateranense è certo la notevole altezza della navata centrale rispetto alle laterali e ad un'altrettanto insolita parete terminale decisamente emergente nella quale si aprivano finestre ampie e numerose. Le basiliche civili a più navate di età classica sembra avessero infatti una limitatissima emergenza nella parte centrale. 5
Come detto all'inizio l'architettura e decorazioni attuali sono frutto di interventi di secoli (la basilica ha subito numerosi saccheggi e danneggiamenti nel corso della sua storia);
La porta centrale del portico ha i battenti dell'antica Curia Iulia presso il Foro romano, ma trasformati attorno al 1600 con l'aggiunta delle fasce di contorno (possono vedersi stemmi di Alessandro VII) per adattarli alle nuove dimensioni.
Nello stesso portico troviamo anche un'antica statua di Costantino proviene dalla sue terme sul Quirinale.
Nel Quattrocento la decorazione interna è affidata ai due maggiori esponenti dell'arte tardo-gotica, Pisanello e Gentile da Fabriano.
Il transetto è un interessante esempio di manierismo romano del tardo cinquecento.
Il prezioso soffitto ligneo dorato della navata centrale risale alla seconda metà del '500.
Delle metà del Seicento è il già citato intervento del Borromini.
La zona del presbiterio e dell'abside è stata rifatta nella seconda metà dell'800 da Francesco Vespignani, che ha ripetuto, senza alterarlo, lo schema originale dell'abside antica. In seguito a tale rifacimento è stato trasportato e pesantemente restaurato il mosaico che decora la semicalotta absidale, eseguito verso il 1290 da Jacopo Torriti.
Il chiostro è un capolavoro di arte cosmatesca, costruito nel 1215-32 dai Vassalletto6 (le volte degli ambulacri furono costruite posteriormente, insieme alla semirustica sopraelevazione ad arcate del loggiato).
Era infatti a sud-est della città, in prossimità delle Mura Aureliane -in particolare appena entrati dalla Porta Asinaria- che il cristianesimo, supportato in modo esplicito dall'evergetismo imperiale, si imponeva con una tangibilità senza precedenti in una macroarea acquisita dal demanio imperiale e che aveva assunto, dall'età severiana, caratteri di accentuata militarizzazione con la presenza dei Castra nova degli equites singulares7, sotto l'egida dell'adiacente palazzo imperiale del Sessorium.
L'intervento di Costantino è ben documentato nella biografia di papa Silvestro nel Liber Pontificalis; Tale "(..)occupazione di spazi periferici per impianti di notevole importanza si inserisce entro una tendenza che si può ritenere in qualche modo tipica dell'urbanesimo tardoantico, dal carattere policentrico(..)che va a privilegiare appunto spazi urbani perimuranei" 8
2. L'attuale via del Corso
3. Francesco Borromini (1599-1667)
4. F.Guidobaldi "Architettura paleocristiana" p.366 in Lezioni di Archeologia Cristiana, a cura di Fabrizio Bisconti e Olof Brandt, Città del Vaticano 2014.
5. L'uso delle colonne nasce in Grecia per uso religioso, poi si diffonde nell'architettura pubblica e in seguito anche in case private.
6. Trattasi di una famiglia di marmorari, scultori e architetti romani, attivi nella seconda metà del XII e nel corso del XIII secolo.
7. Avevano combattuto con Massenzio. Non si trattava di una decisione di solo carattere punitivo, ma dettata anche dal fatto che era ormai pericoloso mantenere una Roma militarizzata (gli imperatori venivano ormai eletti dai militari). Anche i castra praetoria con Costantino sono demilitarizzati.
8. L.Spera "La cristianizzazione di Roma: forme e tempi" in Lezioni di Archeologia Cristiana, a cura di Fabrizio Bisconti e Olof Brandt, Città del Vaticano 2014, p.224
Bibliografia:
Reliquie
Cos'è una reliquia? In latino classico la parola reliquiae si riferisce specificatamente ai resti fisici o alle ceneri di un defunto, ma anche a qualsiasi oggetto fosse stato in contatto con esso.
I resti dei santi
Le origini del culto delle reliquie dei santi va ricercato molto più indietro del Nuovo Testamento: le radici storico-religiose del culto cristiano dei martiri risiedono nella venerazione giudaica delle tombe dei patriarchi, dei profeti, dei giusti.
La questione della derivazione del culto delle reliquie da quello del culto degli eroi merita un approfondimento a parte, ma quel che subito si può dire è che vi sono certamente analogie, ma la reliquia nel mondo cristiano assume valenze nuove, legate alla dottrina della resurrezione della carne, all'incarnazione del Cristo e la sua resurrezione, all'intimità del santo con Dio.
Peter Brown spiega di come il cielo e la terra si unissero nelle tombe dei morti, unendo mondi che in precedenza erano tenuti rigorosamente separati.
I corpi dei santi non erano corpi morti e non emanavano potere da se stessi, ma in virtù di un'unione totale che essi avevano con Dio.
Giovanni Damasceno ( "Damasco, dopo il 650 – Mar Saba, 4 dicembre 749), spiega che i corpi morti possono effettuare miracoli perché, come santi, Dio abita in loro.
Giovanni Crisostomo scrive delle reliquie dei santi:"Non solo le ossa, ma anche le loro tombe e le loro bare tracimano di benedizioni".
San Girolamo affermava "Noi non adoriamo le reliquie dei martiri, come adoriamo il sole, la luna, e nemmeno gli angeli[...]li adoriamo bensì per onorare Colui di cui sono testimoni"
La credenza nel potere degli oggetti appartenuti ad un santo la si trova non solo negli Atti degli Apostoli (19,11-12) - dove fazzoletti e grembiuli appartenuti a San Paolo scacciavano malanni e demoni- ma nei Vangeli stessi. In Mc 5, 25-29 si legge:
25 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28 «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
Persino dall'ombra di Pietro si chiedevano miracoli, come si legge in Atti 5, 12-16:
"Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; 13.degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. 14.Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore 15.fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro."
">I martiri sepolti nelle catacombe erano oggetto di visita ed è a partire soprattutto dalla metà del IV secolo che di questi sepolcri vi è una trasformazione in senso monumentale. Solo il sepolcro di San Lorenzo, uno dei santi più venerati della città, già sotto il regno di Costantino lo vediamo interessato da una serie di interventi strutturali importanti, mirati non solo ad abbellirne l'aspetto, ma anche a facilitarne la frequentazione da parte dei devoti.
E' infatti il pontificato di Papa Damaso (seconda metà del IV secolo) che si caratterizza per gli interventi monumentali sulle tombe dei martiri. Egli arrivò anche a comporre oltre 60 iscrizioni metriche per i martiri della città, le quali fece apporre sulle loro tombe, incise in grandi lastre di marmo. Tale promozione del culto portò ad un incremento dei pellegrinaggi presso le tombe dei martiri e dei santi.Vediamo in questo periodo un allargamento degli ambienti che ospitavano le tombe venerate, per favorire la frequentazione e la creazione di percorsi di visita che portavano i fedeli direttamente presso le tombe. Vediamo anche crescere in questo periodo il fenomeno delle sepolture ad sanctos: si credeva infatti che la vicinanza al sepolcro di un martire comportasse un qualche beneficio ai fini della ricompensa eterna, grazie all'intercessione del santo, arrivando a rinunciare ad un sepolcro individuale, condannando all'anonimato la propria sepoltura, pur di beneficiare della vicinanza di una tomba venerata.
S. Agostino spiega infatti che le preghiere che rivolgevano ai martiri presso le loro tombe erano di grandissimo giovamento anche ai defunti sepolti nei pressi.
Noi visitiamo i nostri morti, conserviamo dei loro ricordi, che hanno per noi un significato. I corpi e gli oggetti appartenuti o legati ai martiri appartengono a tutti, sono per tutti e le guarigioni e i miracoli compiuti attraverso di essi sono anche segno che loro, graditi a Dio, intercedono per i vivi. Scrive infatti Sant'Agostino nel De civitate Dei che producendo miracoli la reliquia di un martire mostrava che Dio ne aveva riconosciuto la fede.
Il miracolo non è il fine, ma il segno.
La prima immagine della Vergine Maria
E' dalle catacombe romane che ci proviene la maggior parte delle più antiche testimonianze di arte cristiana.
L'ipotesi di Isaia, proposta dal Wilpert, non trova d'accordo la maggior parte degli studiosi. E. Krishbaum fa notare che Balaam è l'unico ad aver profetizzato la nascita del Redentore in relazione ad una stella. Tale raffigurazione sarebbe infatti un rimando alla sua profezia, in Nm 24,17 "Io già lo vedo, ma non da vicino: un astro spunterà da Giacobbe, uno scettro sorgerà da Israele. Egli schiaccerà le tempie di Moab, trafiggerà i figli di Set".
Tale versetto, che si riferisce alla nascita del re, è stato infatti poi letto in chiave messianica.
Note
BIBLIOGRAFIA
- M.G. MUZJ, La prima iconografia mariana (III-IV secolo).
- E. DEL COVOLO – A. SERRA ( a cura di ), Storia della mariologia, vol.1, Città Nuova, 2009
- L.HETLING – E. KIRSHBAUM, Le catacombe romane e i loro martiri, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma, 1996.
- F.BISCONTI -O.BRANDT (a cura di), Lezioni di archeologia cristiana, Città del Vaticano, 2014
- C.PAVIA, Guida delle catacombe romane -Dai Tituli all'Ipogeo di via Dino Compagni.
venerdì 1 maggio 2020
La tomba degli Auguri
Risalente intorno al 530 a.C. vede dipinte affollate scene di commiato, giochi e danze funebri: quelli che sono stati interpretati come sacerdoti -da qui il nome - potrebbero in realtà essere personaggi in gesto di lutto davanti alla porta della tomba, con le braccia atteggiate in gesto di cordoglio.
Tale porta, rappresentata sulla parete di fondo, solo il defunto l'ha potuta varcare e nessun vivo potrà aprirla mai. Da notare che questa falsa porta poggia su un livello del suolo inferiore ai piedi dei personaggi ad indicare che si trova sotto terra.
Nella tomba vi si trovano rappresentati anche lottatori che si affrontano: un bacino metallico è in premio per il vincitore di quella che è una lotta funebre, che si svolgeva tipicamente in un funerale etrusco, insieme ad altri giochi in onore del defunto. Giochi come quello del fersu, che troviamo qui rappresentato.

















